Quanto costa davvero in Italia il gioco d’azzardo?

Oltre i numeri resi pubblici, il professor Maurizio Fiasco ci aiuta a cogliere il “maledetto imbroglio” che camuffa il dato reale sulla spesa e quindi sul costo sociale del gioco nel nostro Paese

Per dimensionare i numeri dell’azzardo, ossia quanto in Italia il gioco d’azzardo costa per davvero, a tutti, ci aiuta il professor Maurizio Fiasco, sociologo, Past president di Alea e consulente della Consulta Nazionale Antiusura fra i più importanti e trasparenti analisti del fenomeno dell’azzardo di massa e nostro collaboratore in merito alla sensibilizzazione.

I dati in merito al consumo di gioco, ossia su quanto azzardo viene acquistato, sono fondamentali per un quadro realistico del fenomeno. La controversia deriva dal fatto che parte del denaro che viene utilizzato nel consumo è un reimpiego di quello poco prima ottenuto dalle vincite, spesso di valore equivalente alla puntata. Con tale reinvestimento si ingarbuglia la matassa.

Ecco come, con un esempio.

Se acquisto 1.000 euro in Gratta e Vinci e ne “vinco” 500, con questi soldi – subito dopo – ne compero di nuovi. Altri Gratta e Vinci per un valore di 500 euro. Da questa operazione ne ricavo 200 euro. È vero: ho già consegnato al banco 500 più trecento euro. E riutilizzo il resto nell’acquisto di nuovi tagliandi. In totale quanto ho speso?
Il conto è presto fatto: 1.000 + 500 + 200 = 1.700 euro. Quindi ho consumato 1.700 euro, dei quali 1.000 sono i soldi originari.
A questo punto, con questi dati in mano, un osservatore può decidere come compilare una statistica che dimensioni il consumo. Su cosa mi baso? Sugli originari mille Euro oppure sul dato “di flusso” dei 1.700, pur sempre consegnati al banco per acquistare tagliandi?
I Concessionari, per oscurare il dato degli acquisti effettivi (1.700 euro), invitano a considerare solo il budget originario (mille euro). In tale contabilità (che presenta ovviamente valori nominali più bassi) scompare l’informazione che davvero interessa: il comportamento di acquisto del gioco d’azzardo, cioè quanto le persone siano trattenute nella megamacchina del dare-avere dell’azzardo.
È una questione cruciale, perché ciò dovrebbe preoccupare le istituzioni e l’opinione pubblica – ben prima del risultato contabile – è il numero iperbolico delle decisioni di acquisto, ossia di quante volte si è replicato un comportamento di azzardo.
E qui l’attenzione verte sul sistema, che è congegnato così: per tutte le tipologie di gioco (dalle slot alle scommesse on line, passando per lotterie e Gratta e Vinci) sono programmate vincite-restituzioni ad alta frequenza. Ma di basso valore, pari al costo della puntata o appena il doppio o il triplo. Si rinnova così quell’incertezza, e l’attesa di gratificazione: è un interruttore che scatta subito e induce il giocatore a reimpiegare la somma ottenuta provvisoriamente per comprare altro azzardo.
Se quindi si vuole comprendere l’effettivo peso del gioco d’azzardo in Italia, si deve senz’altro contabilizzare la somma completa delle effettive decisioni di acquisto.
Comprendiamo così meglio la realtà effettiva dell’azzardo, la pervasività della sua diffusione, i comportamenti di quanti giocano con denaro per denaro.

Per capirci. Nel 2016 sono stati 96 i miliardi dell’acquisto di azzardo in Italia. Di questi il 20% è ciò che Stato e Concessionari si sono divisi come guadagno. Nel frattempo gran parte dei 75 miliardi rimasti sono stati riversati nel fluire dei premi e dei riacquisti. Questo è lo snodo numerico da cui capire il comportamento dei giocatori. Sarebbe molto utile che i cittadini conoscessero la contabilità reale città per città, provincia per provincia. Nei dati diffusi a dicembre (è stata la prima volta) i numeri disaggregati per comune su quanto azzardo sia stato comprato, son rimasti ignoti. La comunicazione ufficiale ha reso nota solo l’informazione di quanto è stato “trattenuto” da Stato e concessionari. Aggiungiamoci il buio sul denaro giocato on line (sarebbe possibile calcolarlo comune per comune, ma rimane ancora “riservato”) e potremo valutare come, in coscienza, vengono tese all’opinione pubblica delle autentiche “trappole” cognitive. Necessarie perché tante persone cadano poi in trappole comportamentali. E quindi di vita. È un’impostura che deve cessare.

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