La Mafia non è un gioco

«Quello del gioco d’azzardo, assieme al traffico di sostanze stupefacenti, oggi appare l’affare più lucroso col quale rimpinguare le casse delle cosche» ha dichiarato il nuovo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho

Digitate le parole “mafia” e “azzardo” in un qualsiasi motore di ricerca in rete e troverete snocciolati episodi di malavita legati al gioco, legale e illegale, sparsi in tutta Italia. Sono circa 60, infatti, i clan mafiosi che da Nord a Sud fanno affari nell’azzardo, legale e illegale. Lo si evince dal dossier Gioco sporco, sporco gioco, L’azzardo secondo le mafie a cura di Filippo Torrigiani consulente CNA e Commissione Parlamentare Antimafia, come denuncia il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho: «Quello del gioco d’azzardo, assieme al traffico di sostanze stupefacenti, oggi appare l’affare più lucroso col quale rimpinguare le casse delle cosche».

Inoltre il 22 febbraio scorso la Commissione parlamentare Antimafia ha presentato in Senato la sua Relazione finale sottolineando come negli ultimi 20 anni non si registrano soltanto l’espansione al Nord della ’ndrangheta calabrese e la “gemmazione” di nuove organizzazioni mafiose o paramafiose, come Mafia Capitale, bensì è avvenuta una sorta di metamorfosi, con strutture organizzative sempre più flessibili e reticolari e un ricorso alla violenza nettamente inferiore. L’attività criminale si basa soprattutto su «relazioni di scambio e collusione nei mercati illegali e ancor più legali» attraverso la complicità sistematica con imprenditori, professionisti, politici, burocrati. Quindi alla riduzione del consenso “culturale” della popolazione ha fatto da contraltare la conquista di un forte consenso “strumentale” in diversi settori politici ed economici. In altre parole, il consenso mafioso «è passato dal basso della società alle élite». Si tratta di un tipo di mafia sommersa, ma più pervasiva. Una mafia che non spara ma che uccide e inquina sempre di più. E l’azzardo è proprio uno dei settori preferiti di questa espansione silenziosa e connivente, diventata «protagonista di una parte dell’economia italiana e internazionale» ed è molto più pericolosa in termini di disuguaglianza economica ed erosione della democrazia.

Il dossier Gioco sporco, sporco gioco si legge infatti nella prefazione, Luciano Violante, ex presidente della Camera e della Commissione Antimafia: «Tra i canali degli arricchimenti, come dimostra questo studio, uno dei più importanti è proprio il gioco d’azzardo. Esso consente anche un controllo dei bar, tabaccherie, sale gioco e quindi anche del territorio. È un polmone mafioso. Se nessuno comincia a smettere la mafia continuerà a prosperare dissestando il tessuto civile, democratico e imprenditoriale delle nostre città».

Nel 2016 solo l’Agenzia dei Monopoli ha accertato 223 violazioni penali, 1.687 violazioni amministrative, con 549 misure cautelari, 53 sequestri penali, 245 persone denunciate, 30 milioni di euro di sanzioni e 22 milioni di imposte accertate. «Negli ultimi tempi, inoltre, si è registrato un interesse prevalente, da parte delle associazioni criminali, per il gioco online e per le slot machines». Il dossier riporta che per l’online sono più di 6.200 i siti illegali oscurati, mentre da numerose indagini emerge che «la criminalità mafiosa ha operato enormi investimenti nel comparto online, tanto più acquisendo e intestando a prestanome sale destinate al gioco».
Cosa fare per combattere l’affare delle mafie? Il dossier ricorda le 23 proposte della Commissione antimafia tra cui in particolare «ridurre drasticamente la diffusione dei punti gioco, rendere più sicuri i rimanenti, alzare l’asticella degli standard antimafia e di moralità affinché sia omogeneo per tutti gli attori della filiera del gioco pubblico e legale, dal vertice a valle, dare agli enti locali poteri straordinari per gestire le emergenze sui territori, adeguare le norme antiriciclaggio».

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